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Chocolate – La recensione

Uno dei più grandi insegnamenti del cinema Occidentale è che in quanto protagonista di un film drammatico sarai automaticamente vittima di disgrazie a non finire, ti farai trattare come una vacca al macello e qualsiasi tua azione porterà alla rovina tua e di chi ti sta vicino. I Thailandesi non sono mai stati d’accordo.

Diretto dagli autori di Ong Bak, Prachya Pinkaew alla regia e Panna Rittikrai come coreografo, Chocolate racconta la storia di Zen, una ragazzina autistica interpretata Yanin “Jeeja” Vismistananda, allora esordiente e già ventiquattrenne.

La ragazzina vive con la madre Zin, una ex-strozzina, vicino ad una scuola di Thai Boxe ed è appassionata di film di Tony Jaa e di caramelle, nonché dotata della capacità di intercettare gli oggetti.
Zin si ammala di cancro e così Moom, l’amico di Zen, porta la ragazza in giro per farle fare alcuni spettacoli sfruttando le sue capacità e racimolare qualcosa per pagare le cure.
I soldi non sono sufficenti, ma Moom scopre un blocchetto dove Zin ha segnato tutti i suoi debitori: decide allora di andare con Zen a recuperare i soldi.

I debitori non sono contenti di ricevere questa visita, e scacciano via i due ragazzini con violenza. Così Zen si incazza ed inizia a pestare tutti.
Il film procede con Zen e Moom che cercano di recuperare il denaro per salvare Zin, ma trovano cattivi sempre più cattivi e numerosi.

Considerando che le coreografie sono grandiose, Zen è ben interpretata, il tutto è stato girato senza effetti speciali tipo fili, corde, ecc. si può dire che Chocolate è un buon film drammatico e di arti marziali, con la solita morale Thai.



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